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Nella
Firenze dei primi anni ‘30, incominciò a profilarsi un discorso
che doveva dar vita e risonanza al movimento poetico che fu chiamato Ermetismo.
Primo luogo d’incontro dei futuri ermetici fu la rivista dei cattolici fiorentini “Frontespizio”, che, iniziata ad opera di Bargellini, Lisi, e Betocchi, vide dopo qualche numero la partecipazione di scrittori come Fallacaro, Bo, Ltazi, Macrì ed altri. Questo termine “Ermetismo” nasce come come condanna da parte della cultura accademica e reazionaria che non comprende il nuovo pensiero e la nuova visione di uomini che non accettavano imposizioni. Infatti, il critico Flora, nel 1936, attribuisce al termine una valenza dispregiativa, non avvertendo la portata e l’importanza di tale corrente culturale italiana. Mario Luzi, ricordando quel tempo, dice: Sono comunque fiero di aver cominciato a scrivere così, da ciò che realmente sentivo, di questa fisica perfetta. Che poi codeste figure si sono rapidamente consumate, non toglie che io l'abbia sentita e che appunto dall’averla sentita, dipende quel poco che in seguito è avvenuto di me. Nell’estate del 1938, Carlo Bo legge a San Minìato, in occasione del convegno degli scrittori cattolici, il saggio “Letteratura come vita”. Con questo discorso, che diventa il manifesto del nascente pensiero culturale, Bo rovescia il programma dannunziano della vita come letteratura. Il critico ligure, partendo da uno studio di Charles Du Bos, ci dà una visione della letteratura, che, superando ogni funzione ornamentale, va in fondo, alle radici, e si riallaccia alle esigenze spiritualità. Punto d’incontro di quanti si riconoscevano nei valori del nuovo programma, che si andava a tracciare su “Frontespizio”, era il caffè “San Marco”, situato appunto a piazza San Marco, per poi passare quasi tutti in massa al caffè delle “Giubbe rosse”, in piazza Vittorio Emanuele. Il clima ermetico che aleggiava a Firenze non era di chiusura, bensì apertissimo, si indirizzava verso l’Europa che aveva generato poeti come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e sopra tutti Mallarmé, punto di riferimento per gran parte della moderna lirica novecentesca, il quale trasmette una carica senza precedenti con versi come: “Oh, per fare, Signore uno solo dei tuoi sorrisi / quanti ne occorrono dunque dei nostri pianti!" A Mallarmè si ispira Ungaretti che con solo cinque parole “La morte / si sconta / vivendo", riesce a trasmettere l’angoscia infinita di un’attesa, che nel millennio nuovo assume sempre più un significato morale, rendendo la sua poesia attuale e il suo verso libero, e, al di là di ogni musicalità, eleva la parola ad un lirismo estremo. Il punto saliente dell’emergente fonte poetica è la liricità nella sua sostanza: non interessa la chiarezza, poiché il verseggiare è inteso come atto puro ed ha valore solo se riesce ad esprimere l’originaria intuizione lirica, senza alcuna pretesa di comunicabilità. Avvicinando un testo ermetico si deve integrare la lettura con un’ interpretazione soggettiva, perché il poeta dà soltanto un’indicazione essenziale. I famosi versi di Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo / ciò che non vogliamo" evidenziano un alta percezione metafisica di un’assenza di certezze. Chi compone ermeticamente non sa, ma tende a sapere andando oltre le sensazioni senza arrestarsi al sentimento. Il contenuto formale e di temi dati alla moderna lirica italiana opera un profondo rinnovamento; superando la metrica tradizionale, ogni elemento discorsivo o letterario viene eliminato dando al tutto il potere suggestivo delle immagini e delle parole. Nel 1938, per l’editore “Vallecchi”, Vasco Pratolini ed il salernitano Alfonso Gatto, promuovono la rivista “Campo di Marte”, di impostazione laica e polemica; dunque un giornale di poeti e criticipoeti che non identificavano l’Italia letteraria con il Fascismo autarchico, ma che guardavano con molto interesse al panorama culturale europeo. Nella rivista Gatto si leva contro la poesia decadente, attuando una ricerca autentica e profonda allo stesso tempo. I suoi versi: “Nello spazio lunare / pesa il silenzio dei morti ", ci riportano alla poetica di Ungaretti, che insieme a Montale aveva delineato le caratteristiche della poesia ermetica, irnponendo tematiche che andavano ricercate nel rapporto uomopoesia, nella solitudine, nella polemica contro il proprio tempo tanto da designare come ermetico una particolare categoria morale che potrebbe essere riconoscibile in qualsiasi momento storico. Montale aveva scritto di sé: “Tentai di essere un uomo e già era troppo". Anche Leonardo Sinisgalli si avvicina a questa poetica dell’essenzialità analogica, caricando la sua poesia con immagini della sua terra lucana:"…cercar scampo e riposo / Nella mia storia più remota". Esprime la sua avversione alla politica del tempo anche il siciliano Salvatore Quasimodo, che, fedele all’immagine del poeta ermetico, coglie con la sua ispirazione tutta l’assurda violenza di una guerra che aveva colpito l'Italia e l’Europa. Nel 1947 sarà pubblicata
una sua rassegna di liriche “Giorno dopo giorno”, con versi che dicono,
fra l’altro: “Alle fronde dei salici per voto, /anche le nostre cetre erano
appese, / oscillavano lievi al triste vento".
Nel 1959 viene assegnato a Quasimodo il Premio Nobel per la letteratura. Altro Nobel, forse con ritardo, andrà ad Eugenio Montale il 23 ottobre 1975. Ad Ungaretti, Montale, Gatto,
Sinisgalli, Quasimodo ... ed altri ancora va riconosciuta la capacità
di aver staccato con il passato imponendo la loro voce poetica, che, come
un dardo, ancora viaggia verso generazioni future.
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